Un Blog per Tutti gli Aiellesi

Questo Blog è dedicato ed aperto a tutti gli Aiellesi del Mondo che potranno postare testimonianze, ricordi, storie di emigrazione, foto di partenze ed arrivi.
Ringraziamo sin da ora tutti coloro i quali vorranno partecipare e contribuire a far nascere e crescere una Comunità più ampia e più vicina, grazie alla rete, di Emigrati Aiellesi che ancora hanno nel cuore e nella mente i profumi, le immagini, i suoni, i sapori del nostro paese!

CLICCA SU MI PIACE E SEGUI LE NEWS DE "I BLOG DEL TILLESINO" SU FACEBOOK

21 febbraio 2014

Un po' di storia attraverso le immagini...

Foto d'epoca inviataci da Matteo Murtagh.

29 gennaio 2014

Anton Calabrès, il marinaio calabrese di Cristoforo Colombo

Il marinaio - che insieme ad un altro calabrese, Angelo Manetti, prese parte alle spedizioni colombiane - è da considerarsi il primo emigrato in assoluto in terra d'America. Qui altri post sull'argomento.
***.
di Giuseppe Pisano (Pubblicato su Calabria Sconosciuta N° 139-140)
Fu il primo calabrese a varcare l’Oceano e a mettere piede sul quel Nuovo Mondo in cui, nei secoli successivi tanti suoi conterranei lo avrebbero seguito. Si chiamava Anton Calabrés (1), marinaio, l’uomo che assieme ad altri seguì Cristoforo Colombo nel primo viaggio alla scoperta del Nuovo Mondo a bordo della Pinta. Di lui si sa poco o niente e fino ad ora il suo nome è passato inosservato, nascosto fra le pieghe della storia, dimenticato fra le pagine dei documenti dell’epoca, confuso fra quelli dei tanti che parteciparono a quell’impresa, più di 500 anni fa. Solo nel 1982 il nome di Anton Calabrés venne strappato per un attimo alle nebbie della dimenticanza quando Antonio Quinto Pisano, all'epoca consigliere comunale di Soverato, propose ed ottenne di dedicare una strada al misterioso navigatore, del quale aveva trovato menzione in antichi testi marinari. Poi più nulla! Ma chi era e da dove veniva Anton Calabrés(2)? Su quest'ultimo punto le nostre ricerche ci portano a formulare l'ipotesi che sia di Amantea, antico centro demaniale marinaro (3) il cui porto, nel XV secolo, era il più attivo della costa tirrenica della Calabria centro-settentrionale e l'unico capace di ospitare imbarcazioni molto pesanti (4). Inoltre, si è potuto riscontrare che in Amantea - dove peraltro la presenza genovese a quel tempo era molto intensa(5)- esiste una tradizione orale, in particolare tra gli abitanti più anziani del centro storico, che parla di un'antica commemorazione che si svolse in onore del marinaio amanteano il quale seguì Colombo nel primo viaggio di scoperta del nuovo continente e di lì a poco venne costruita, nella zona vecchia, una chiesetta denominata della Pinta (6). E proprio nella zona più antica di Amantea esiste un vico la Pinta(7) e una fontanella del '500 detta della Pinta(8). Vi sono però pareri discordanti sulla figura e sulle origini di Anton Calabrés. Secondo lo studioso Gianni Aiello le origini natie del marinaio calabrese di Colombo “potrebbero ricollegarsi in quel di Seminara, lo stesso luogo da dove proveniva Giovanni Calabrese, luogotenente di Carlo V e che guidò l'assedio di Tunisi”(9). Per Bruno Aloi, membro del “Comitato Nazionale per Colombo” di Genova, si tratterebbe invece di “Antonio Calabrese di Cirò, quando il paese si chiamava Ypskron”.
Di Calabrés, come dicevamo, si sa poco o niente. Il suo nome, infatti, compare per la prima volta proprio nei documenti riguardanti il primo viaggio di Colombo attraverso l’Oceano. Prima di quell’impresa di lui non si hanno notizie, né si sa di suoi precedenti viaggi per mare, il suo nome indica una sicura origine calabrese (10), ma nulla sappiamo della sua famiglia nè di suoi eventuali discendenti. Anton Calabrés, dunque, entrò a far parte dell’equipaggio di Cristoforo Colombo nel luglio del 1492, assieme ad altri due italiani: il genovese Jacome el Rico ed il veneziano Juan Veçano. Per il resto l’equipaggio (90 persone complessivamente) era formato per la quasi totalità da spagnoli (84), ad eccezione del portoghese Juan Arias e del negro delle Canarie Juan Portugues. Non era stato facile reclutare gli uomini. La storiografia ufficiale dice che nessuno, nemmeno i più audaci o i più disperati, erano disposti a rischiare la vita in un’impresa che Juan Rodriguez de Mafra aveva definito “cosa vana e stolta”, profetizzando per gli sventurati che vi avessero preso parte “pericoli orribili”. Quando già Colombo era riuscito ad ottenere le tre navi (due caravelle, la Pinta di Gomez Rascon e Christobal Quintero e la Nina di Juan Nino, ed una caracca, La Gallega del biscaglino Juan de la Cosa, poi ribattezzata Santa Maria) solo quattro uomini, condannati alla pena capitale e ricercati dalle guardie, avevano chiesto di essere arruolati. I sovrani don Ferdinando e Isabella, infatti, per facilitare l’allestimento della spedizione, avevano promesso di accordare la grazia più ampia a quanti, già colpiti da pena di carcere o di morte, si fossero arruolati negli equipaggi colombiani. Così Alonso Clavijo di Vejer, Juan de Moguer e Bartolomè Torres di Palos e Pedro Yzquierdo di Lepe chiesero di essere ammessi all’equipaggio. Il Torres aveva ucciso, nel novembre del 1491, un certo Juan Martìn, banditore di Palos, forse per una questione di donne. Imprigionato e condannato a morte, era evaso dalla piccola e incustodita prigione locale, grazie all’aiuto di tre suoi amici. Datisi alla macchia, i quattro erano riusciti fino a quel momento a farla franca e forse non avremmo mai saputo nulla di loro se la notizia della possibile grazia non li avesse spinti ad entrare nell’equipaggio di Cristoforo Colombo e nella storia. Ma per convincere gli altri ci voleva il carisma di un uomo di mare conosciuto e stimato da tutti. Padre Marchena, fedele sostenitore ed alleato di Colombo, pensò allora di coinvolgere nell’impresa Martin Alonso Pinzon, pilota e capitano di mare, navigatore esperto e ricco proprietario di una nave con la quale aveva partecipato alla campagna contro i portoghesi e si era recato anche a Roma, dove aveva potuto consultare negli archivi vaticani alcune carte nautiche che avallavano sorprendentemente le ipotesi di Colombo. Quando incontra Colombo, Pinzon ha cinquant'anni ed ha navigato tutto quello che c’era allora di navigabile. Gli bastano poche battute per comprendere di trovarsi di fronte ad un uomo esperto di problemi marinari e dotato della luce del genio. Accetta di prendere parte all’impresa come comandante della Pinta ed annette subito anche suo fratello,Vicente Yanez, che sarà messo al comando della Nina. A quel punto, spinti dal carisma e dall’esperienza dei Pinzon, furono in molti, nel giro di qualche settimana, a sottoscrivere il contratto di ingaggio. Fra di loro anche il nostro Anton Calabrés che probabilmente giunse al porto nella tenuta tipica dei marinai, con il berretto rosso conico e la cappa grigia. Per un anno, tanto è prevista la durata della navigazione, riceverà come gli altri dodicimila maravedis ed ha diritto ogni giorno a circa 350 grammi di biscotto, ad un azcumbre divino ed a 250 grammi di carne secca o di pesce. Assieme a lui, sulla stessa caravella, anche il veneziano Juan Veçano.
Ma chi erano questi uomini che per denaro o per avventura scelsero di affrontare uno dei misteri più terribili ed inquietanti del tempo? E' ormai sfatata la leggenda secondo la quale si trattava per la maggior parte di avanzi di galera. La studiosa statunitense Alicia Bache Gould ha infatti provato che furono pochissimi i delinquenti imbarcati, e precisamente i quattro spagnoli prima citati, una percentuale decisamente trascurabile sul complesso dei tre equipaggi. Gli altri esercitavano i mestieri più disparati: un chirurgo, un sarto, un argentiere, un interprete, un paio di cortigiani e regi notai ed infine gli alguaciles, incaricati delle provviste d’acque e con funzioni di sorveglianza e polizia a bordo. Anton Calabrès, invece, era proprio un marinaio, “marinero” come viene riportato anche nella Nuova Raccolta Colombiana, probabilmente un navigatore esperto che aveva già preso parte ad altri viaggi ed esplorazioni e che venne imbarcato fra i 26 uomini della Pinta (la “Dipinta”), la nave più veloce, quella che all’alba del 12 ottobre arriverà per prima in vista delle verdi coste di San Salvador. All’alba di venerdì 3 agosto 1492 la Nina, la Pinta e la Santa Maria salparono dal porto di Palos. Circa 3 mesi prima Colombo era stato nominato Almirante Major di Mare Oceano, viceré e governatore di tutte le nuove terre scoperte ed avente diritto ad un decimo delle rendite di quelle terre. Il 12 ottobre dello stesso anno sbarcò sulle coste di un’isola che i nativi chiamavano Gunahani e che fu in seguito identificata con Watling, dell’arcipelago delle Bahamas. Segui la scoperta di altre isole minori e di quella che Colombo chiamò Juana, l’attuale Cuba, lungo le coste della quale navigò così a lungo senza vederne la fine da pensare che potesse trattarsi di un continente. Era convinto di aver raggiunto l’Asia ma non trovò traccia dei ricchi tesori che alcuni viaggiatori raccontavano di aver trovato laggiù. Così Colombo venne a sapere dagli indigeni che verso levante esisteva un’isola ricchissima che loro chiamavano Babeque. il 19 novembre Colombo parti alla volta dell’isola meravigliosa, ma non poté raggiungerla a causa di un'improvvisa tempesta. Così decise di tornare indietro. Ma la Pinta, la nave su cui viaggiava Anton Calabrés, non segui le altre. Il comandante Martin Alonso Pinzon decise infatti di fare nuovamente rotta verso i magnifici tesori di Babeque. Che parte ebbe l’equipaggio in queste decisioni è difficile a dirsi. Tutto, comunque, si risolse in una bolla di sapone quando Pinzon, senza aver trovato i favoleggiati tesori, tornò a unirsi alla flotta, giustificando la sua apparente diserzione come il risultato dell’errata comprensione di un comando. Nel frattempo la Santa Maria aveva fatto naufragio, arenandosi su un banco di corallo presso la baia di Cap Haitien. Fu allora che Colombo, persa la sua imbarcazione più grande, chiese aiuto al cacicco indigeno Guacanagarì, che mise a disposizione i suoi uomini per recuperare tutto il carico della Santa Maria, gli strumenti di bordo, gli attrezzi, i materiali, le carte, i documenti e gran parte dei viveri, che furono trasferiti a bordo della Nina. E' il giorno di Natale del 1492. Colombo decide di costruire a quel punto un forte che diventerà il primo insediamento europeo in America e si chiamerà la Navidad (Natività). Nei sotterranei vengono sistemati viveri per un anno, le solite merci di scambio e sementi per dare l’avvio ad una modesta attività agricola. Ai coloni viene lasciata anche la lancia della Santa Maria con la quale potranno esplorare la costa. Restarono alla Navidad 39 uomini agli ordini di Diego de Arana (11) e fra di loro c'era anche Anton Calabrés (12) che divenne così il primo italiano e il primo calabrese a stabilirsi sul nuovo continente. Ricevute le assicurazioni del caso dal cacicco Guacangari, Colombo ripartì alla volta dell’Europa il 2 gennaio 1493. Tornò alla Navidad dopo 11 mesi. In Spagna la notizia della sua scoperta gli aveva procurato titoli e onori, ma soprattutto l’appoggio necessario per allestire una flotta di 17 navi con la quale riprendere di nuovo il mare e tornare nelle terre della grande avventura. Quando il 28 Novembre giunse nuovamente alla Navidad, però, ai suoi occhi si presentò uno spettacolo agghiacciante: le case e la fortezza erano state bruciate e sulla spiaggia giacevano il cadavere di Anton Calabrés e dei suoi compagni (13). Violenze e soprusi nei confronti dei nativi, causate soprattutto da questioni di donne e dalla caccia forsennata ad improbabili tesori, avevano segnato la loro breve permanenza nel nuovo mondo degenerando in un eccidio finale che non aveva risparmiato nessuno degli europei.
E' tuttora difficile definire come la tragedia si sia svolta. Ad uccidere quegli uomini si pensa siano stati i caribi di Coanabò di fronte ad un atteggiamento neutrale dei taino di Guacanagarì. Pur se nelle dichiarazioni del cacicco taino e dei suoi vi erano chiari elementi di falsità e di lusinga per timore d'essere pesantemente punito, l'Ammiraglio genovese preferì non imprigionare Guacanagarì(14).
A Colombo non restò altro da fare che riprendere il mare, lasciandosi alle spalle quello scempio. Era il 7 dicembre del 1493.


NOTE
1)Calabrès era il nomignolo che indicava la regione di provenienza.
2)Da poco più di un decennio il nome di Calabrés viene ufficialmente menzionato nelle più importanti pubblicazioni colombiane (Cfr. per tutti la collana Nuova Raccolta Colombiana, Roma,Volume XVII, 1993, p.211).
3)Per dare un esempio di quanto fosse strategicamente importante per la Corona la città di Amantea riportiamo un privilegio di re Ferrante d'Aragona del 1496 che stabiliva “...che niuno Rè potesse vendere, ò dare la predetta città, che stia sotto vassallaggio, solo che sotto 'l dominio Reale; e s'alcuno Rè pretendesse venderla, ò darla, che gl'Amanteoti spossini difendere coll'arme senza incorrere in pena di ribellione...”.
4)Cfr. Savaglio A., Il Regio Castello di Amantea, Rotary Club, Amantea, 2002, p.67. “Essendo sede di un porto, Amantea attirò entro le sue mura un variegato stuolo di gente e di commercianti” (Ibidem, p.76). Difatti si distinse come centro di commerci soprattutto della seta, che sul mercato di Genova veniva preferita persino a quella proveniente dalla Spagna. “In quest'approdo sicuro ed obbligato per le rotte del Tirreno, nel gennaio del 1460, giunse Antonello da Messina, proveniente quasi certamente per mare da un imbarco vicino Roma”(Cfr. Segreti V., Storia e tradizioni marinare di Amantea, Jason, Reggio Calabria, 1992, p.15). Il pittore siciliano e Cristoforo Colombo -tuttora non se ne conoscono le ragioni- chiesero ambedue di essere sepolti in sai monacali e furono raffigurati sulle banconote da 5.000 lire italiane.
5)La presenza genovese in questo territorio era molto massiccia. Commercianti e banchieri liguri spesso aiutati dal clero genovese, anch'esso fortemente presente in in tutta la Calabria Citeriore, finivano per monopolizzare tutte le risorse del territorio e già tra la fine del '400, e soprattutto nel '500, molte famiglie genovesi (Adorno, Ravaschieri, Cybo, Pinelli...) finirono per infeudarsi buona parte della Calabria centro-settentrionale e non solo.
6)Ringrazio particolarmente la signora Caruso, abitante in via Indipendenza, che sul finire degli anni '90 mi fornì informazioni utili su tale argomento.
7)”E' noto per tradizione a tutt'Amantea che il palazzo del Vescovo poggiasse alle rupe della Pinta, quartierino della parte più antica della città detta Catocastro, e denominato anche oggi <> dalla chiesa cattedrale di S. Maria <> . Sorgeva proprio sotto l'orto e casa Poncetta rimpetto ai marchesi De Luca, tra il presente pubblico Oratorio degli stessi e la chiesa parrocchiale del profeta S. Elia”(Cfr. Amantea (ragguagli storici), in Rivista Storica Calabrese, anno III, 1895, p.322).
8)ASCS, Notar Giò Angelo Muzzillo, 7 gennaio 1580, foll. 7 e 9 r. . Tra i monumenti di Palos de la Frontera vi è un'antica fontana pubblica (Fontanilla) cui, secondo la tradizione, i marinai di Colombo avrebbero attinto le provviste d'acqua per le tre caravelle in partenza per l'America. Sempre nella cittadina andalusa è presente un monumento in ricordo dei “Marinai della scoperta”, dove figura il nome di “Anton Calabrés”. Secondo il colombista Vittorio Giunciuglio “contrariamente a quanto convenuto con re Ferdinando e a quanto scritto nei nostri libri di storia, le caravelle non salparono da Palos (paese situato sul Rio Tinto a circa 5 km dalla foce) ma dalla barra di Saltes, località situata alla foce del fiume. Guarda caso in quella località c'era l'imbarcadero della Rabida, munito di una preziosa fontana, con la quale furono riempiti 150 barilotti d'acqua, forniti dai conventi francescani e non dai sovrani...ciò avvalora ancor più la tesi che la grande Scoperta fu fatta per la Chiesa e non per la Spagna, in quanto il convento era di proprietà del Vaticano e quindi amministrato dal vescovo Geraldini, nunzio apostolico di Papa Innocenzo VIII in Spagna”.
10)Anche Giocchino da Fiore veniva chiamato da Colombo “l'abate Joahachin Calabrés” (Cfr. per tutti Colombo C., Lettere ai reali di Spagna, Sellerio, Palermo, 1992, p.73).
11)Cugino di Beatrice de Arana, la compagna cordobese di Cristoforo.
12)Taviani P.E., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, Il Mulino, 2003, p.137. Oltre a Calabrés rimasero alla Navidad anche Pietro Gutiérrez, Rodrigo de Escobedo, Luis de Torres, Juan de Medina, Diego Pérez, Alonso Morales, Domingo Vizcaino, Jacome el Rico, i due chirurghi maestre Juan e maestre Alfonso e il calafato Lope. Inoltre, Taviani aggiunge che tra i 39 vi erano anche un cannoniere e un nostromo.
13)Undici cadaveri ritrovati erano recenti: erano stati uccisi non prima di Settembre, nove mesi dopo l'impianto della colonia. La morte di Calabrés potrebbe risalire quindi a quel periodo.
14)Da rilevare invece l'atteggiamento di Bernardo Boyl - primo missionario al seguito dell'Ammiraglio - rispetto a tale vicenda: voleva che il cacicco taino fosse messo in catene, idea condivisa anche da tutti gli altri. Che la condividessero gli hidalgos e i marinai è comprensibile, ma che la sostenesse padre Boyl, inviato a convertire gli indigeni, ci lascia alquanto perplessi.

14 gennaio 2014

L'Alecal, l’atlante linguistico etnografico della Calabria. Dieci anni fa, lo studio sul dialetto di Aiello Calabro

Riproponiamo, qui di seguito, uno studio del 2004, curato dall'Unical Laboratorio di Fonetica, in collaborazione con il Comune di Aiello Calabro, e l'Istituto Comprensivo di Aiello Calabro.

Da Il Quotidiano del luglio 2004
Arcavacata di Rende (Cs) – Una parte significativa della raccolta linguistica dell’ALECAL (l’atlante linguistico etnografico della Calabria), relativo ad uno degli osservatori regionali inizialmente previsti è stata pubblicata – in tiratura limitata – su supporto multimediale. Si tratta di un progetto promosso e realizzato, con il patrocinio del comune di Aiello Calabro, dal Laboratorio di Fonetica e dal Dipartimento di Linguistica dell’Unical, i cui responsabili scientifici sono i professori Trumper, Maddalon, Romito, Pantera, Tucci, Mendicino.
L’Alecal, quando è nato in seno al laboratorio di Fonetica, qualche anno fa, si proponeva una finalità molto ambiziosa che era la definizione sempre più approfondita delle partizioni dialettali calabresi, per tutti i livelli dell'analisi linguistica (fonetica, morfo-sintattica e lessico-semantica); e pure l'approfondimento degli aspetti storico-linguistici ed etno-antropo-linguistici della Calabria. Un progetto di alto valore scientifico che però – ci sentiamo di dire - per la solita miopia, a diversi livelli, di chi deve promuovere e tutelare il patrimonio culturale regionale, non ha potuto sino ad ora decollare, come in altre regioni italiane, in modo compiuto.
In ogni modo, tra mille difficoltà, il lavoro scientifico realizzato - che potrebbe presto essere pubblicato a maggiore tiratura dal Centro Editoriale dell’Unical - consta di una parte introduttiva generale sulla storia linguistica e dialettale italiana e della Calabria che ripercorre a grandi linee i momenti principali che hanno condotto ad una prima tappa unificatrice, rappresentata dal latino, e, dopo la sua crisi, alla nascita degli odierni dialetti romanzi, dell’italiano e delle sue varietà regionali. Il dialetto calabrese, come è noto, è stato classificato da diversi studiosi. Le sue diverse classificazioni tipologiche vanno da quelle delineate da Rohlfs (che differenzia la regione in due aree lessicali: a base greca, quella meridionale e a base latina, quella settentrionale), a quelle di Falcone (tre aree linguistiche secondo le isoglosse del vocalismo tonico) e poi a quelle degli stessi Trumper e Maddalon che dividono la Calabria dialettale in 4 aree (Lausberg, settentrionale, centrale e meridionale).
Questo secondo sussidio didattico dell’Atlante dialettale ed etnografico della Calabria relativo ad Aiello Calabro (dopo l’uscita dello studio su Montalto Uffugo e prima di quelli in itinere di Rende, Trebisacce e Guardia Piemontese), si sofferma, nello specifico, sugli aspetti fonetici, lessicali - prendendo in esame in particolare i campi semantici delle graminacee e della gelsibachicoltura - e toponomastici.
Aiello si colloca, geograficamente, in una zona che presenta, a Nord di questo comune, dialetti con vocalismo atono finale a quattro elementi e, a Sud, sistemi dialettali a soli tre elementi vocalici finali e perciò, trovandosi su di una isoglossa di transizione dialettale, rappresenta un punto di osservazione molto interessante.
Ma la notizia forse più affascinante ed inedita contenuta in questa ricerca, è la tesi proposta dal professore Trumper sull’origine del toponimo Aiello.
Il termine “Castro Agelli” appare nel 1324. Prima ancora – come ci informa lo studioso - lo si trova (come Agel/Ayel) in vari diplomi papali del 1151, del 1122, del 1101, del 1098 e del 1065 nel resoconto sulla conquista normanna del Malaterra. Pure nella geografia di Guidone, dello stesso periodo, si parla della strada “Taurina – Amantea - Angellum”. Ancora prima (800-900), l'Anonimo Ravennate nella sua Cosmografia parla della stessa strada come “Tauriana Amantia Agello”. Ciò conferma la realtà del nome latino. Dall'altro lato, dalla citazione del Malaterra, si evidenzia una forma ambigua Ragel/ Rogel ~ Ravel ~ Agel ~ Ayel del toponimo, che fa pensare a qualche arabismo che in qualche modo copre e sostituisce Agellum nel periodo delle occupazioni dell'840 e 980, quando le sorti di Aiello sono legate a quelle del circondario della vicina Amantea. 
“Infatti, l'arabo Rihal – dice Trumper - sarebbe un riferimento ai “casali” di Amantea, essendo plurale dell'arabo rahl 'casale' ('villaggio' = ebraico rahal 'mercatino'), trascritto nel calabro-greco rhákhal, equivalente semantico del greco khōríon negli stessi documenti, molto presente come toponimo in Sicilia, più marginalmente in Calabria, ma dobbiamo sempre ricordare che il circondario di Amantea era zona di occupazione araba ed emirato. L'Aiello che troviamo nei vari documenti sembra dunque un bellissimo incrocio tra un toponimo arabo, Rihal 'casali' ed un toponimo latino Agellum 'campicello, -i'”. Una tesi questa che si intreccia con l’identificazione di Aiello con l’antico “Tilesio”. (bp)